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Conferência do Cardeal-Patriarca no convénio para os novos Bispos

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Convénio para os Novos Bispos

Conferência do Cardeal Patriarca

“Il Vescovo e la funzione di Governare”

                1. Nel trattare di questo aspetto del ministero episcopale, che mi è stato chiesto, sento il bisogno di fare alcune osservazioni introduttorie, che ci aiutino a stabilire i limiti del tema e a dare allo stesso l’impostazione che mi é apparsa la più conveniente:

                * É difficile isolare la dimensione del “governo pastorale” dall’insieme dell’ esercizio del ministero episcopale. Niente di questo ministero é estraneo all’esercizio dell’autorità pastorale.

                * C’é un vasto ed autorevole Magistero recente sul ministero episcopale e sul governo pastorale. Riferisco specialmente: Del concilio Vaticano II, Lumen Gentium, nº 27 e Christus Dominus, nn 8 e 11; L’Esortazione Apostolica “Pastores Gregis”, nn 42-54; Direttorio per il Ministero Pastorale dei Vescovi, nn 55 e ss. Considero che questi testi siano conosciuti da tutti voi e non sarà mio scopo fare una qualsiasi sintesi dottrinale, anche se avrò sempre, come panno di fondo, la dottrina di questi testi del Magistero. Darò, piuttosto, al mio intervento la forma di un testimonio, pur essendo consapevole che qualche testimonianza sulla forma di esercitare il nostro ministero sarà sempre più la confessione dei nostri desideri che delle nostre realizzazioni.

La Chiesa, la sposa amata dal Signore

                2. Il vescovo deve “governare la famiglia di Dio e assumere la cura abituale e quotidiana del gregge del Signore Gesù”[1]. La Chiesa a cui siamo inviati come servitori é la Chiesa che Gesù vuole e desidera, con la quale Egli s’identifica misteriosamente e che ama con amore sponsale. Questa Chiesa ha un unico e vero Pastore, Gesù Cristo, il quale esprime il Suo amore ed esercita il suo zelo pastorale attraverso di noi. Non siamo soltanto uomini che amministrano i sacramenti; siamo sacramenti di Cristo Buon Pastore nel tutto della nostra vita.  Attraverso di noi, Lui è il Pastore sollecito e attento, che ama e conduce il Suo Popolo. Come sacramenti di Cristo Pastore, noi partecipiamo alla stessa consacrazione e missione di Cristo.  “In forza di ciò, i Vescovi reggono le Chiese particolari a loro affidate, come vicari e delegati di Cristo, col consiglio, la persuasione, l’esempio, ma anche con l’autorità e la sacra potestà, della quale però non si servono se non per edificare il proprio gregge nella verità e nella santità”[2].

                Questa è la sorgente della bellezza e dell’esigenza del nostro ministero. Tutta la nostra vita e il nostro essere, quello che siamo e quanto abbiamo, devono esprimere l’amore di Cristo per la Sua Chiesa. Quando prendiamo decisioni, apriamo vie di azione pastorale; quando ascoltiamo le persone, ci interroghiamo da sempre: sarà questa l’attitudine, la parola, il gesto, per cui la Chiesa si sentirá amata, guidata da Gesù, Buon Pastore? Scaturisce da qui l’esigenza di santità nella nostra vita personale. Come dice la Pastores Gregis, “il governo del Vescovo sarà pastoralmente efficace se poggerà su un’autorevolezza morale, data dalla sua santità di vita”. “Si tratta, infatti, di esprimere nel miglior modo possibile il supremo modello, che é Gesú Buon Pastore”[3]. Si tratta, infatti, di una attualizzata armonia tra “l’ex opere operato” e “l’ex opere operantis” del ministero sacerdotale.

                3. Essere sacramento di Cristo Pastore, non si limita ad immaginare quello che farebbe il Signore, ma piuttosto di assumere atteggiamenti personali ed attuali che situazioni concrete esigono, con la densità della carità pastorale del Buon Pastore. “In tutto ciò che viene detto e fatto dal Vescovo deve essere rivelata l’autorità della parola e dell’agire di Cristo”[4]. Nelle circostanze concrete, nelle quali esercita il suo ministero, e che possono essere differenti da  un posto all’altro, il Vescovo deve essere personale, e non soltanto ripetitore di altri,  perché in lui, é Cristo che attualizza e da forza alla Sua sollecitudine pastorale. La guida pastorale del Vescovo deve essere attuale ed incarnata, ed è la sua unione ed identificazione con Cristo che garantisce ai suoi atti la qualità cristologica della carità pastorale.

                E il Vescovo fa questo attraverso un’ attenzione accurata e continua all’attualità della parola del Signore, ascoltata nella preghiera e nello studio, nella  consapevolezza della novità di vita che quella Parola suggerisce, nell’ ascoltare gli altri, sopratutto i più poveri e bisognosi, nell’ ascoltare “i segni dei tempi”, cioè, nell’attenzione alle realtà attuali della vita degli uomini e della loro storia,  percepite con l’intelligenza della fede.

Un’autorità “sui generis”

                4. Il ministero episcopale suppone un vero potere ed una reale autorità. “Quella del Vescovo è una vera potestà, ma una potestà illuminata dalla luce del Buon Pastore e informata dal Suo modello”. “Il Vescovo, dunque, è investito, in virtù dell’ufficio, che ha ricevuto, di una potestà giuridica oggettiva, destinata ad esprimersi in atti potestativi, mediante i quali attuare il ministero di governo ricevuto nel Sacramento”[5].

                Identifichiamo qui uno degli aspetti più delicati del nostro ministero. Viviamo in un mondo ed in una cultura che ha una percezione molto propria del potere e dell’autorità, tante volte concepite, non come forme di servire, ma di imporre la propria visione, di raggiungere i propri scopi e obbiettivi. Si parla del potere politico, economico, dei “media” etc. L’autorità é oggi, spesso, chiamata a regolare i molti poteri, in vista del bene comune. Sono di natura diversa l’autorità e il potere dei Pastori della Chiesa. Il loro scopo non é dominare, ma far scaturire la vita. Ha nella ricerca del bene degli altri la sua giustificazione, e nel servizio l’attitudine fondamentale. Come si dice nella “Pastores Gregis”, “l’esercizio dell’autorità nella Chiesa non può essere concepito come qualcosa d’impersonale e di burocratico, proprio perché si tratta di un’autorità che nasce dalla testimonianza. In tutto ciò che viene detto e fatto dal Vescovo deve essere rivelata l’autorità della parola e dell’agire di Cristo. Se mancasse l’autorevolezza della santità di vita del Vescovo, cioè la sua testimonianza di fede, speranza e carità, il suo governo difficilmente potrebbe essere recepito dal Popolo di Dio come manifestazione della presenza operante di Cristo nella Sua Chiesa”[6]. E aggiunge: “il Vescovo governa col cuore del servo umile e del pastore affettuoso, che guida il suo gregge, cercando la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Vissuta cosi, quella del Vescovo é davvero una forma di governo unica al mondo”[7].

                Non vi nascondo che, oggi, non é facile, per un Vescovo, trovare la giusta misura del esercizio dell’autorità. Forse con la preoccupazione di non confondere l’esercizio dell’autorità con visioni profane del potere, si può cadere in due estremi opposti: l’autoritarismo, che più di unire, divide, o la rinuncia a certe forme di autorità, così necessarie   quando si tratta di difendere valori fondamentali o indicare il cammino della fedeltà evangelica. É la natura stessa dell’autorità nella Chiesa che rende inevitabile e necessario il suo esercizio. Ella è partecipazione al potere e alla missione di Cristo, da viversi ed esercitarsi nell’umiltà, nella dedizione e nel servizio[8]. La fedeltà a Cristo e l’edificazione della Chiesa, esigono dal Vescovo che eserciti il suo potere di santificare, insegnare, indicare la strada dell’autenticità, della verità, cioè, della santità.

L’edificazione della Chiesa particolare

                5. L’edificazione della Chiesa di Cristo nella Chiesa particolare é lo scopo e la ragione di essere dei poteri del Vescovo. Ed avere una visione d’insieme di questa edificazione, é compito del Vescovo, dal momento che tutti i gruppi cristiani, anche loro corresponsabili nell’edificazione della Chiesa, hanno tendenza e, magari, il diritto, a visioni particolari, che sottolineano una dimensione privilegiata. E’ compito del Vescovo, nell’ esercizio del suo potere pastorale, orientare tutti e l’azione pastorale nel suo insieme, in ordine alla totalità del mistero della Chiesa. Nel modo di concepire l’esercizio concreto del mio ministero in una Chiesa concreta, quella di Lisbona, sono partito, forse guidato dalla mia formazione ecclesiologica, dalla definizione di Chiesa particolare o Diocesi, data dal nº 11 del Christus Dominus, del Concilio Vaticano II. Questa definizione é sempre stata, per me, la garanzia di questa visione di totalità del mistero della Chiesa, che deve influenzare tutta la costruzione armonica della Chiesa.

                “Una Diocesi è una porzione (portio) del Popolo di Dio affidata ad un Vescovo, perché ne sia il suo pastore, con l’aiuto del suo presbiterio. Cosi, una Diocesi, unita al suo Pastore e per lui riunita nello Spirito Santo, grazie al Vangelo e alla Eucaristia, costituisce una Chiesa particolare, nella quale è veramente presente ed attuante la Chiesa di Cristo, Una, Santa, Cattolica ed Apostolica”[9].

                Considereremo i principali aspetti di questa definizione, nella prospettiva di situare l’autorità del Vescovo nella loro realizzazione.

Una “portio” del Popolo di Dio

                6. La Diocesi non é una divisione della Chiesa universale. Facendo parte della totalità del mistero della Chiesa in uno spazio culturale e geografico concreto, non è pensabile slegarla dalla Chiesa Universale. La sollecitudine per tutte le Chiese fa parte essenziale e costitutiva del ministero del Vescovo. E oggi la globalizzazione mediatizzata delle realtà del mondo moderno, porta una immediatezza socio-culturale ad una esigenza ontologica della comunione ecclesiale. L’universalità della Chiesa é una componente essenziale della Chiesa particolare.

                Per l’ordinazione episcopale il Vescovo entra, come membro, nel Collegio Episcopale che, presieduto dal Romano Pontifice, è soggetto della piena potestà pastorale, e, allo stesso tempo, è dato, come Pastore, ad una Chiesa particolare.

Questa  universalità della Chiesa e del ministero episcopale, ha parecchie conseguenze nella vita di una Diocesi:

                a) L’armonia del potere proprio del Vescovo, nella sua qualità di Pastore diocesano e membro del Collegio Episcopale, con l’autorità specifica del Successore di Pietro, anche Lui soggetto della suprema potestà nella Chiesa. Il potere del Vescovo non é una semplice delega di poteri. Come dice l’Esortazione Apostolica, ripetendo il Concilio, é un potere proprio, ordinario e immediato[10]. L’autorità del Papa non può significare una limitazione della potestà episcopale; ambedue sono l’espressione della comunione collegiale, che appartiene alla natura dell’autorità pastorale. Nel seno della comunione ecclesiale, la comunione collegiale offre l’ambito dell’ esercizio dell’autorità pastorale. Il potere episcopale, esercitato nell’ambito di questa comunione, non appare limitato, ma ingrandito nella sua più nobile dimensione di espressione della comunione e dell’unità.

                In questo contesto, è compito del Vescovo diocesano promuovere l’accettazione, da parte dei fedeli, del Magistero Supremo. Questo è specialmente importante in una epoca in cui tanti, anche cattolici, discutono certi insegnamenti del Romano Pontefice.  Ridurre il Magistero al livello delle opinioni e non tanto come espressione della Chiesa magistra, è un problema con il quale ci confrontiamo spesso. Sopratutto i “media” vogliono sentire da noi, Vescovi, una visione critica di questo Magistero. La fermezza della nostra fedeltà è espressione importante del nostro Magistero.

                b) In questo nostro tempo ci confrontiamo pure con una interdipendenza, ogni giorno più grande, nell’ azione pastorale delle diverse Chiese particolari. Dimensioni come la missionarietá, l’intercambio di persone e di mezzi materiali, esigono lucidità e coraggio di decisione che vengono dall’autorità dei Vescovi.

Il Vescovo e l’unità di comunione del presbiterio diocesano

             7.Tocchiamo qui l’aspetto più delicato e più impegnativo del ministero episcopale, una priorità assoluta nella sua attenzione e distribuzione del tempo. Questa unità e comunione è decisiva per la fecondità spirituale del ministero sacerdotale nella diocesi. Si tratta, infatti, di una unità di esercizio del sacerdozio ministeriale, che ha per fondamento l’ordine sacramentale. Dice l’Esortazione Apostolica: “Non é senza ragione che il decreto conciliare Christus Dominus, offrendo la descrizione della Chiesa particolare, la indica come comunità di fedeli affidata alla cura pastorale del Vescovo «cum cooperatione presbyterii». Esiste, infatti, tra il Vescovo e i presbiteri una «communio sacramentalis» in virtù del sacerdozio ministeriale o gerarchico, che è partecipazione all’unico sacerdozio di Cristo e pertanto, anche se in grado diverso, in virtù dell’unico ministero ecclesiale ordinato e dell’unica missione apostolica”[11].

                Il rapporto del Vescovo con i sacerdoti definisce la natura della stessa autorità e missione episcopale. Cito ancora la Pastores Gregis: “Il Vescovo cercherà sempre di agire con i  suoi sacerdoti come padre e fratello che li ama, li ascolta, li accoglie, li conforta, ne ricerca la collaborazione e, per quanto possibile, si adopera per il loro benessere umano, spirituale, ministeriale ed economico”[12].

                Oggi il ministero dei sacerdoti è particolarmente esigente e minacciato.  Dopo la  ricchezza  spirituale   che  scaturisce dall’ esercizio del ministero, questa comunione con il Vescovo diventa la forza principale di resistenza e fedeltà. Commentiamo ciascuno dei verbi utilizzati nel brano che abbiamo riferito:

                * Amare. È il principale. Si tratta della carità pastorale, dell’ amore di Cristo Buon Pastore. Come sacerdoti siamo tutti inviati ad essere testimoni di quest’amore nella Chiesa comunione. Difficilmente lo saremo, se non ci sentiamo amati e non viviamo, gli uni con gli altri, uniti dall’amore carità.

                * Ascoltare. Per i sacerdoti è un bisogno e un diritto. Deve essere una priorità nella nostra distribuzione del tempo.

                * Accogliere. Questo suppone che i sacerdoti vengono a cercarci. Ma tante volte dobbiamo noi andare al loro incontro, cercarli amichevolmente.

                * Confortare. Questo può significare trasmettere loro gioia ed  entusiasmo per il loro sforzo pastorale.

                * Ricercare la loro collaborazione. Si tratta di un aspetto delicato, poiché è necessario conciliare il bene del popolo di Dio con le circostanze personali di ciascuno. Le nomine sono un momento che esprime il buon ambiente di un presbiterio.

                * Adoperarsi per il loro benessere umano: spirituale, economico, pastorale, e nel campo della salute, etc.

                Questa comunione del Vescovo con i presbiteri sarà molto aiutata se questo dialogo comincia ancora nel tempo del Seminario. Si tratta di un’altra priorità per il Vescovo: la formazione dei futuri sacerdoti.

Il Vescovo congrega la Chiesa attraverso il Vangelo

                8. L’evangelizzazione è la grande sfida della Chiesa di tutti i tempi, e lo è, in questi attuali, con una urgenza premente. Il Santo Padre ha parlato dell’ urgenza di una nuova evangelizzazione.

                In che modo e misura l’evangelizzazione esige l’esercizio dell’autorità pastorale del Vescovo?

                8.1. Anzitutto nella salvaguardia dell’autenticità del Vangelo, cioè, della fede della Chiesa. É un aspetto problematico oggi. Nessuno di noi può garantire questa autenticità in tutti quelli che annunciano la fede in nome della Chiesa: sacerdoti, diaconi, catechisti, docenti e religiose, e tanti altri che, nelle circostanze le più diverse, annunciano la fede. Parecchi elementi hanno contribuito a questa situazione: l’aumento del numero di cristiani che partecipano nella missione evangelizzatrice; una certa volgarizzazione degli studi teologici diretta a un grande numero di fedeli; l’idea di pluralismo e di tolleranza; l’indebolimento del Magistero come punto di riferimento fondamentale, etc.

                È responsabilità del Vescovo garantire questa autenticità della fede, adoperandosi nella formazione degli agenti di Pastorale, una formazione che non sia soltanto noetica, ma che valorizzi l’ascolto della Parola, nella preghiera e sviluppi un’autentica spiritualità; creando i mezzi ed i meccanismi possibili per l’ascolto della realtà della Chiesa diocesana sotto questi  aspetti.

                8.2. Garantire, attraverso la programmazione pastorale, l’armonia dell’evangelizzazione, con attenzione all’autenticità del Vangelo e alle circostanze culturali e altre, di ogni tempo e circostanza. Questa programmazione deve essere semplice, evitando una certa “tecnocrazia” veicolata dalle scuole di Pastorale, troppo influenzate dalle chiamate “scienze umane”, dalle teorie delle organizzazioni. La programmazione deve presentare punti fondamentali che possono essere mobilizzatori e contribuire all’unità dell’azione pastorale, nella varietà degli agenti, delle prospettive e dei carismi.

                8.3. Avendo uno spirito creativo e inventivo, proponendo nuove iniziative e nuove vie per l’annuncio del Vangelo in tempi nuovi e circostanze diverse. È il caso del Congresso per la Nuova Evangelizzazione, che include una missione in città, iniziativa di cinque capitali europee: Vienna, Lisbona, Parigi, Bruxelles e Budapest.

E l’Eucaristia

                9. L’Eucaristia è il sacramento e il criterio della vitalità e dell’unità di una Chiesa particolare. L’Eucaristia unisce, tutti i giorni, il presbitero e i fedeli nell’unità comunionale della Chiesa. L’autorità del Vescovo deve vegliare:

                * Per la qualità. La formazione liturgica di tutto il Popolo di Dio è un potente mezzo d’evangelizzazione e di crescita nella fede.

                * Per l’autenticità. Solo la Chiesa ha potere sulla Eucaristia. L’iniziativa particolare, di ogni prete e di ogni comunità deve essere inquadrata nel diritto liturgico, il quale garantisce che la creatività non metta a rischio l’unità di fede.

La sfida dell’unità

                10. Qualità costitutiva della Chiesa, l’unità, è oggi una sfida continua, davanti all’immensa pluralità d’iniziative e di carismi. Soltanto il Vescovo, con la sua autorità pastorale, può garantire e cercare continuamente questa unità.

                Questa nuova esigenza di unità è motivata, anzitutto, dalla partecipazione di tutti i fedeli, con i loro propri carismi, alla missione della Chiesa. Il tutto della Chiesa è l’insieme di tutti i carismi particolari. Oggi ce ne sono che hanno tendenza ad identificare il loro carisma con il tutto della Chiesa. Il Vescovo deve:

                * Non escludere niente di valido per l’edificazione della Chiesa, anche se non é di suo gusto. Como dice la Pastores Gregis, “La comunione ecclesiale vissuta porterà il Vescovo ad uno stile pastorale sempre più aperto alla collaborazione di tutti. Vi è una sorta di circolarità tra quanto il Vescovo è chiamato a decidere con responsabilità personale per il bene della Chiesa affidata alle sue cure e l’apporto che i fedeli gli possono offrire”.

                * Costruire l’unità nella diversità. La Chiesa è una comunione organica, che si realizza nel coordinamento dei diversi carismi, ministeri e servizi, in ordine al conseguimento del fine comune che é la salvezza. Il Vescovo è responsabile della realizzazione di questa unità nella diversità, favorendo la sinergia dei diversi operatori, cosi che sia possibile percorrere insieme il comune cammino di fede e di missione”[13].

                Questa unità non si costruisce soltanto con la simpatia; suppone l’autorità del ministero episcopale.  L’accettazione, da parte dei molti  intervenienti, di questo carisma di unità, proprio del Vescovo, é un segno della loro ecclesialitá. Come dice la Pastores Gregis, “il ministero del Vescovo non si può affatto ridurre al compito di  un  semplice  moderatore.  Per sua natura il munus episcopale implica un chiaro inequivocabile diritto–dovere di governo, in cui è inclusa anche la componente giurisdizionale”[14].

                Questo ci porta a parlare di una realtà decisiva nella maniera di esercitare l’autorità del Vescovo: gli organi di corresponsabilità. Oggi è impossibile governare una diocesi senza considerare che tutti i battezzati sono corresponsabili per la missione della Chiesa. “Tutti i fedeli, in virtù del Battesimo, partecipano, nel modo ad essi proprio, al triplice munus di Cristo. La loro reale uguaglianza nella dignità e nell’agire fa sì che tutti siano chiamati a cooperare all’edificazione del Corpo di Cristo, quindi ad attuare la missione che Dio ha affidato alla Chiesa nel mondo, ciascuno secondo la propria condizione e i propri compiti”[15].

                Oltre il Sinodo Diocesano, l’organo più solenne previsto nel Codice di Diritto Canonico, sono i numerosi consigli: Consiglio Diocesano di Pastorale, Consiglio dei Laici e altri secondo la decisione del proprio Vescovo. Sono tutti, per il Vescovo, il luogo per ascoltare e anche per arricchire la sua guida pastorale con le intuizioni e visioni di tutti i gruppi e membri della comunità diocesana. Sono pure un luogo di formazione ecclesiale e di espressione della comunione, anima della corresponsabilità. C’é sempre un tempo per far loro capire la natura specifica del potere pastorale nel mistero della Chiesa, che non coincide con l’organicità democratica a cui sono abituati nella società, e per conoscersi, gli uni gli altri, rendendosi conto dell’immensa ricchezza e varietà dei doni dello Spirito.

                Per il Vescovo questi organi, se sono luoghi di ascolto ed accoglienza, sono anche il luogo di decisione. “Il Vescovo non é solo chiamato a testimoniare la fede, ma anche a valutarne e a disciplinarne le manifestazioni da parte dei credenti affidati alle sue cure pastorali. Nell’adempire a questo suo compito egli farà tutto il possibile per suscitare il consenso dei suoi fedeli, ma alla fine dovrà sapersi assumere la responsabilità delle decisioni che appariranno necessarie alla sua coscienza di pastore”[16].

Le strutture diocesane che aiutano il Vescovo nel governo della Diocesi

                11. Una Diocesi  è una  comunione organica, che suppone la sinergia dei diversi operatori intervenienti in maniera permanente e strutturata: persone, strutture, servizi. Hanno in comune uno stesso scopo: aiutare il Vescovo nel governo pastorale, per il bene della Chiesa.

                Delle persone non parlerò adesso: possono essere Vicari Generali o Episcopali, vicari foranei etc. Voglio riferire in particolare l’importanza della “Curia Diocesana”.

                Ritengo la definizione di Curia Diocesana, presentata dal Direttorio: “La Curia Diocesana consta di quegli organismi e persone che collaborano con il Vescovo nel governo di tutta la diocesi, principalmente nella direzione dell’attività pastorale, nell’amministrazione della diocesi e nell’esercizio della potestà    giudiziale”[17].

                La struttura della Curia dovrà adattarsi alla realtà ed alle esigenze pastorali concrete della Diocesi. Ogni organizzazione dovrà rispettare alcuni principi dinamici:

                * Tutta la Curia é pastorale. Il dinamismo e l’orientamento pastorale della Curia definisce la sua natura e garantisce la sua unità operativa.

                * Deve tenere in conto che, nella pastorale, tutto ha a che vedere con tutto. I servizi (dipartimenti) non possono rinchiudersi su se stessi, ma essere in un rapporto di complementarità.

                * È importante garantire un buon rapporto tra la Curia e la pastorale territoriale, sopratutto le parrocchie, anche se consapevoli che la pastorale territoriale non esaurisce la pastorale.

                * È decisivo costruire l’unità di azione, attraverso la coordinazione pastorale.

                * Evitare la complessità burocratica, privilegiando i rapporti personali e la semplicità organizzativa.

                La definizione presentata ci indica tre aree di tutta l’organizzazione pastorale:

§                                                         Direzione dell’attività pastorale

§                                                         Amministrazione della Diocesi

§                                                         Esercizio della potestà giudiziale

In questa enumerazione diventa chiaro che l’amministrazione della giustizia e dei beni materiali fanno parte dello scopo pastorale e devono essere impregnati di preoccupazioni pastorali.

I Consigli

                12. Il Vescovo governa la Diocesi ascoltando periodicamente i vari consigli che, anche se non hanno potere decisorio ed esecutivo, sono importanti come strutture di ascolto della sensibilità di tutta la comunità. Nella mia Diocesi di Lisbona, non é in attività il Sinodo Diocesano. Funzionano regolarmente, con regolamenti specifici, i seguenti Consigli:

                * Consiglio Episcopale. Composto dai Vescovi Ausiliari e Vicari Generali e dal   Capo-Ufficio del Patriarca. Riunisce due volte al mese ed è un segno importante del governo della Diocesi.

                * Il Consiglio Presbiterale. Riunisce due volte all’anno. Si occupa sopratutto dei problemi del presbiterio, ed è ascoltato sui principali “dossier” pastorali, v.g. piani di pastorali: pastorale della famiglia, della gioventù, pastorale sociale, etc.

                * Il Consiglio Diocesano di Pastorale. Riunisce due volte all’anno. Ci preoccupiamo con la formazione dei suoi membri, speriamo da loro suggestioni per una creatività pastorale e li ascoltiamo sui  principali  “dossier” pastorali.

                * Il Consiglio dei Vicari Foranei. Riunisce tutti i mesi, 10 mesi all’anno e si pronuncia su tutti i problemi relazionati con la pastorale territoriale.

                * Assembleia di Movimenti ed Opere di Apostolato

                * Il Consiglio Economico

                * Il Capitolo della Cattedrale. I Capitolari esercitano le funzione del Collegio dei Consultori. Riunisce tutti i mesi.

La principale difficoltà

                13. Termino questo mio testimonio sul  governo pastorale di una grande Diocesi, in questa Europa di radici cristiane, condividendo con voi alcune difficoltà e preoccupazioni:

                1. Il tempo disponibile. È il principale dramma del nostro ministero. Oltre alla Diocesi, c’è la Conferenza Episcopale, la Santa Sede e la Chiesa Universale e gli impegni con la società nel suo insieme. Non esaurisco mai la lunga lista di persone di tutte le categorie, politici, uomini di cultura, giornalisti, istituzioni le più diverse, che chiedono essere ricevute.

                2. La mancanza di sacerdoti. In un momento in cui i sacerdoti sono troppo occupati – abbiamo il dovere di garantire l’essenziale del ministero sacerdotale in tutta la Diocesi - sento che i sacerdoti più giovani non hanno quella resistenza che ho conosciuto in sacerdoti delle generazioni anteriori. E l’impegno di laici nella vita pastorale è una lunga strada di cambiamento di mentalità, che stiamo appena ad iniziare a percorrere.

                3. Il trattamento pastorale di quei cristiani battezzati, ma senza fede vissuta e senza pratica religiosa, ma che continuano a bussare alla porta della Chiesa in certi momenti della loro vita.

                4. Il funzionamento del Tribunale Diocesano.

                5. L’amministrazione materiale delle parrocchie.

                6. Ricondurre a l’unità le diverse “sensibilità ecclesiali”.

                14. Governare una Diocesi è un esercizio continuo di fiducia sopranaturale basata nella fede, nella certezza che la Chiesa è opera del Spirito Santo. “Se il Signore non custodisce la vigna, invano si alzano presto quelli che la coltivano”. L’umiltà, la serenità per il discernimento, la fiducia, l’ottimismo e l’allegria, sono atteggiamenti che possiamo coltivare. Il completo dono di noi stessi include anche l’accettazione dei nostri limiti. La preghiera del Vescovo diventa il momento dell’armonia.

Roma, 13 Settembre 2004

† JOSÉ, Cardeal-Patriarca


 
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[1] Pastores Gregis (P.G.) nº 42

[2] P.G. nº 43, cf. L.G. nº 27

[3] P.G. nº 43

[4] Ibidem

[5] Ibidem

[6] Ibidem

[7] Ibidem

[8] Cf. Ibidem, nº 3

[9] Christus Dominus, nº 11

[10] Cf. P.G. nº 3

[11] P.G. nº 47

[12] Ibidem

[13] P.G. nº 44

[14] Ibidem

[15] Ibidem

[16] Ibidem

[17] Direttorio, nº 177


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